La mancanza di consapevolezza in barca di ciò che stiamo facendo e cosa dovremmo affrontare è uno degli errori più comuni e che rischia di avere pesanti conseguenze.

Oggi è una di quelle giornate in cui mi domando perché a 56 anni, con qualche acciacco e chilo di troppo, mi intestardisca a uscire con vento e onde invece di comprarmi un set di mazze da golf e passeggiare tranquillamente su un green.

Mi sono messo in testa (e con me ho trascinato un amico generoso armatore di un bel First 36.7 ) di fare qualche regata nei prossimi mesi, sia in equipaggio che x2. Dunque, bisogna allenarsi.

Facile da dirsi, ma più difficile da farsi, o almeno da farsi bene, perché al di là degli ovvii compromessi fisici che bisogna accettare (sono uno che ha passato più tempo a scrivere che a sudare in palestra o su un campo, e si vede) vi è anche un allenamento mentale la cui importanza è spesso sottostimata.

Dunque, siamo fuori con un vento di 15 nodi, raffiche fino a 20 e un’onda tra 1,5 e 2 metri, abbastanza ripida e poco regolare. La barca è appena uscita dal cantiere e le vele nuove sono chiuse nel loro sacco. Dato che dobbiamo rientrare al volo a Ostia per prendere il nostro istruttore, decidiamo comunque di tirar su il fiocco per avere una vela da usare in caso di problemi al motore.

Bene! Non ne abbiamo azzeccata una, inanellando una serie di cazzate che al confronto nostro Heidi pare Soldini. Nel giro di poco perdiamo il sacco della vela in mare, il fiocco finisce in acqua rischiando pericolosamente di finire sotto la chiglia e/o nell’elica e lo recuperiamo faticosamente infilandolo sottocoperta e bagnandoci fin dentro alle mutande.

Provati come pugili dopo un K.O., concludiamo il tutto con un ormeggio da film dell’orrore, lasciando sulla banchina un bel po’ di gelcoat della poppa appena rifatta e svariate centinaia di euro. Insomma, per un po’, l’unica cosa a terra e asciutta è il nostro morale.

Davanti a un caffè proviamo a fare un debriefing e mettiamo per iscritto come ognuno di noi ha visto la manovra di issata del fiocco. Al di là delle differenze dovute ai diversi punti di vista, ci balza subito agli occhi un elemento importante: tutto quanto abbiamo sbagliato, in realtà lo sapevamo fare bene e lo abbiamo già fatto altre volte. Il punto debole non è, dunque, la conoscenza base o l’esperienza (sì, in parte, col senno di poi, un po’ d’esperienza in più avrebbe giovato), ma la preparazione della manovra e la capacità di visualizzare nella propria mente ciò che avremmo fatto e ciò che sarebbe accaduto.

E anche se i miei bravi maestri me l’hanno detto centinaia di volte, io ci ricasco come uno stupido.

Il problema, in altre parole, è la mancanza di consapevolezza di ciò che stavamo facendo (stai cercando di risolvere un eventuale problema di sicurezza), delle nostre risorse fisiche ed emotive (non sei vestito per lavorare a prua e quando ti bagni hai freddo e allora lavori male e t’incazzi), dei mezzi a disposizione (la barca si bagna facilmente e il fiocco non sai come è piegato), della specificità delle condizioni (le raffiche sono aumentate, il mare pure e tu sei a prua senza giubbotto e ombelicale) oltreché, ovviamente, del perché lo stiamo facendo (se tiri su il fiocco per essere in sicurezza, ma rischi così facendo di mandarlo nell’elica, meglio che vai solo a motore).

Quello che ci è mancata è la preparazione, la capacità di analizzare a priori ciò che avremmo fatto e ciò che sarebbe potuto andare male, trovando fin da prima i punti deboli e, se possibile, come farvi fronte.

Trovarsi in una brutta situazione non è così raro, ma trovarcisi senza essere preparati ad affrontarla e superarla è pericoloso e da stupidi, soprattutto se uno poi si rende conto che non è la conoscenza che manca, ma solo la consapevolezza di ciò che si sta facendo.

E questo non deve valere solo per le regate, dove le persone e le imbarcazioni sono tirate più del normale, ma a maggior ragione per la navigazione di tutti i giorni. Quando in barca ci sono i propri partner o amici, forse perfino digiuni di vela, la mancanza di consapevolezza è grave perché ci vuol poco a trasformare una cazzata in un problema serio.

 

L’immagine usata in questo post non è mia, ma è stata trovata qui