Una bella cavalcata, quasi mezzo giro d'Italia, per trasferire Etruria per la prima volta a Roma.

Porto Etruria a casa, a Roma, per l’inverno e per i lavori che l’aspettano.

Prima di partire mi viene in mente quella frase che attribuivo a Neruda, ma forse me la sono inventata io rimaneggiando un pensiero di Laozi

Il viaggio di migliaia di chilometri inizia dal primo passo ed è il primo passo che dobbiamo avere coraggio di fare.

 

Brindisi-Crotone, 157 miglia

Avrei preferito una finestra meteo migliore, ma dopo avere avuto il sole per il matrimonio di mia figlia e aver spostato per due volte la partenza a causa delle perturbazioni sul Tirreno, scelgo di partire il 30 settembre sera insieme Enrico, amico e mentore velico.

La luna piena si staglia nel cielo di Brindisi e accompagna dapprima la lunga uscita e poi la navigazione a sud, motore e fiocco per un vento di una decina di nodi apparenti quasi a fil di ruota. Il mare è appena mosso da un’onda lunga che sospinge delicatamente Etruria facendole prendere velocità.

La notte passa veloce mentre costeggiamo il Salento e ci avventuriamo attraverso il golfo di Taranto che avrebbe potuto riservarci qualche problema con il vento da maestrale, ma invece sonnecchia quasi come noi durante i turni di 3 ore.

È la prima volta che Etruria macina così tante miglia con me ed è un lento conoscersi. Passo qualche ora, la notte, a guardare come taglia le onde che all’avvicinarsi dell’alba si son fatte più vivaci e ne rimango affascinato come se fosse il passo lungo e deciso di una bella e alta donna. Saranno banali stereotipi maschili, ma sento che Etruria è una lei con il fascino, la sicurezza, la testardaggine dei suoi anni, e anche qualche ruga, come me.

Entriamo con cautela (profondità al limite coi miei 2,5 metri di pescaggio, tenersi a destra) a Crotone, che mi ha visto soprendentemente campione italiano di vela d’altura nel 2019, per fare rifornimento che son passate appena 19 ore, all’invidiabile media di 8,3 kts e con il motore mai sopra i 1800 giri.

Baby tu sì che ci sai fare.

Crotone-Reggio Calabria, 153 miglia

Tempo di un caffè offertoci gentilmente dal benzinaio che è anche il titolare del ristorante alla punta estrema del molo (si mangia bene, in una bella terrazza: ho festeggiato lì la vittoria) e si riparte schivando le piattaforme.

Il tramonto è splendido, ma all’orizzonte, di prua, s’indovina un fronte minaccioso. Con le tenebre che scendano lente sul mare come un sudario iniziamo a vedere dinnanzi a noi il balletto dei lampi. Inizia lento, corto, per poi farsi sempre più lungo, concitato, senza pause. Continua così per 3 ore, senza smettere mai, secondo dopo secondo, disegnando le nuvole scure in un orizzonte sempre più vicino e nemboso.

Sale l’ansia: ci stiamo buttando dritti nelle fauci del mostro. Osserviamo ripetutamente l’orizzonte, il profilo delle nubi disegnato dai lampi e dalla luna piena che argentea il mare e poi decidiamo di dirigerci verso terra, cambiando la nostra rotta che prevedeva di tagliare a largo il golfo di Squillace.

Facciamo bene. Il mostro, alto come un fungo atomico, carico dell’energia di mille e mille lampi e scuro come la pece, ci scorre a sinistra, appena qualche miglio, in una calma irreale di vento e suoni, sospesi tra una notte qualsiasi e una notte di tregenda. Poi, qualche altro lampo a Capo Spartivento, due gocce di pioggia, l’onda fastidiosa più di traverso che al mascone lungo la suola dello stivale, l’alba che mi coglie assonnato al mio turno con la Sicilia incappucciata dalle nuvole e il freddo che indietreggia lentamente.

Atterriamo a Reggio che si son fatte le 10:00 e la media è più o meno la stessa, 8,2 kts. Ci meritiamo doccia e colazione

 

Reggio Calabria-Capri, 182 miglia

Si riparte appesantiti, che nelle due ore di sosta abbiamo avuto tempo, oltre che per fare rifornimento, la doccia e un po’ di spesa bio, per mangiarci un gelato  (purtroppo Cesare, mitico gelataio reggino, è assai calato ultimamente) e due arancine dalle generose dimensioni.

Il tempo è bello, ma il vento rinfresca anche se è scirocco, si porta sui 15 kts, spinge Etruria e fa montare l’onda. Stromboli passa veloce al nostro fianco mentre il sole tramonta alle sue spalle e due delfini iniziano a giocare con noi. Ci fanno compagnia per una mezz’ora buona, saltando fuori dall’acqua in un modo diverso, la testa in su come se dovessero afferrare un pesce dalle nostre mani. Rimaniamo a guardarli affascinati e divertiti finché la notte non cala.

Il freddo inizia a farsi sentire e l’onda s’ingrossa spinta dal vento che ormai supera i 20 kts. Il pilota automatico, nonostante non funzionino bene i tasti (dobbiamo usare una sbarra di metallo per spingerli), regge senza mostrar fatica i continui cambi di direzione. La fatica, però, iniziamo a mostrarla noi che dormire così sballottati non è facile, soprattutto nei letti di prua che sono singoli e si rischia di finire giù ogni volta che la barca s’inclina.

Sorge il sole e Capri appare coi faraglioni in bella mostra. Abbiamo divorato miglia come se fossero noccioline: la media è risalita a 8,4 kts. Sono così infreddolito e assonnato che tolgo l’amico pilota e mi metto a timonare per l’ultima ora e mezzo, tra onde che ci fanno planare oltre i 10 kts e gabbiani che si divertono nel vento tra noi e l’isola.

Alle 10:00 abbiamo ormeggiato, fatto benzina e siamo seduti al solito baretto la Vela, prima tappa per chi sbarca in marina. Hanno finito le sfogliatelle e m’incammino a cercarne una mentre aspettiamo che Cleide arrivi e ci faccia compagnia per l’ultimo tratto. Grosse nubi s’addensano all’orizzonte e il mare, lontano, sembra sempre più minaccioso.

 

 

Capri-Fiumicino, 137 miglia

Uscendo da Marina Grande il mare è quieto del riparo dell’isola. Ci domandiamo se passare sotto o sopra Ischia, ma basta poco per scegliere   sopra ed evitare il vento di prua.

Man mano che scorrono le miglia l’onda avanza verso la prua, dapprima al traverso e poi al mascone: mi sa che è meglio non dar retta alle previsioni che la danno calante tra la notte e la mattina presto. Strano come un salto di quasi 180° gradi del vento abbia solo fatto cambiare direzione e non altezza all’onda.

Poco dopo aver lasciato Ischia alla nostra destra il mare si mette di prua e il vento resta sui 20 kts di prua. Inizia il ballo che proseguirà per tutta la notte, con Etruria spinta dal motore a fendere le onde con potenza, a volte cadendo nel cavo con un tuono sordo che fa male al cuore.

Sto riposando nelle cuccette davanti (errore da non commettere più: con mare forte si dorme in quadrato che parte del tavolo si abbassa a formare una bella e riparata cuccetta larga) quando improvvisamente un’onda più alta delle altre copre interamente la tuga e l’acqua entra a fiotti dal boccaporto di prua. Mi precipito a guardare se il boccaporto sia rimasto aperto, ma tutto sembra a posto. Non faccio neanche in tempo a distendermi che un’altra onda colpisce Etruria e di nuovo una secchiata d’acqua invade la cabina di prua.

Non si può andare avanti così. Enrico mi domanda se voglio fermarmi a Nettuno e aspettare che il mare si calmi. Do un’occhiata alla situazione e decido di andare avanti comunque, riducendo un po’ la velocità e addossandoci un po’. La manovra ha un discreto effetto e l’ultimo tratto ci consente di riposare meglio a turno, grazie anche al fatto che siamo finalmente in tre, anche se Cleide a volte cade preda della distorsione ottiche notturne che fanno apparire tutte le luci come se fosse a qualche metro dallo scafo.

Poco dopo l’alba siamo davanti all’ingresso di fiumara a Fiumicino. Le onde sono ancora alte, almeno 2 metri e mezzo, anche se non sembrano frangersi alla barra. Siamo borderline per l’entrata. Dopo aver preso le misure Enrico spinge al massimo il motore e si dirige tra i fanali anticipando un’onda che, complice, ci solleva e porta in una lunga planata verso le acque tranquille del Tevere. Only a surfer knows the feeling.

Ormeggiamo con calma nel silenzio della mattina. Brindisi-Roma, 630 miglia in 3 giorni e mezzo alla velocità media di 8,1 kts (l’ultimo tratto ha fatto scendere la media). Non c’è che dire: bella galoppata!

Una rapida sciacquata a Etruria (tra l’altro abbiamo provato a far entrare acqua dal boccaporto di prua senza riuscirci. Mistero), un caffè al bar del cantiere e poi a casa. Noi e lei, finalmente.